5 agosto 2025 08:50
Dopo lo stallo di Busan (leggi articolo), riprendono oggi a Ginevra, con una sessione aggiuntiva, i lavori per raggiungere un accordo sul trattato vincolante volto a ridurre, entro il 2040, l'inquinamento da plastiche (INC-5.2).
Per dieci giorni, dal 5 al 14 agosto, le delegazioni di 179 Paesi analizzeranno il testo dell’INC al Palazzo delle Nazioni di Ginevra (nella foto), insieme a oltre 1.900 osservatori provenienti da oltre 600 organizzazioni, tra cui scienziati, ambientalisti e rappresentanti dell’industria.
L'industria della plastica, attraverso propri organismi - Global Partners for Plastics Circularity (GPPC) e World Plastics Council (WPC) - ribadisce la sua posizione, che può essere riassunta così: va bene un accordo globale contro l’inquinamento a patto che, oltre a essere ambizioso, sia soprattutto concreto, efficace e attuabile.
Con un'unica e ultima sessione rimasta, l'invito ai negoziatori è di concentrarsi su ciò che unisce - creare capacità nella gestione dei rifiuti e rendere circolare l’intero sistema -, abbandonando contrapposizioni che, inevitabilmente, allontanano dal raggiungimento di un accordo.
L'essenza della proposta che avanza l'industria è scommettere sulla circolarità lungo tutto il ciclo di vita: progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili; raccoglierli e trattarli a fine vita; reimmettere i materiali come feedstock nell’economia.
È una visione che punta non a ridurre drasticamente la produzione di plastiche - come vorrebbero gli ambientalisti - ma a preservarne l’utilità riducendone la dispersione nell’ambiente, affrontando anche la realtà più scomoda: circa 2,7 miliardi di persone non hanno accesso a sistemi adeguati di gestione dei rifiuti.
Colmare questo divario infrastrutturale deve essere una colonna portante del trattato, insieme a standard comuni di eco-design e a obiettivi nazionali di riciclo.
Sul piano delle politiche, per il World Plastics Council occorre aumentare il valore economico dei rifiuti plastici, per esempio introducendo obblighi di contenuto riciclato nei prodotti, pur mantenendo la neutralità tecnologica nella scelta degli strumenti (tra cui riciclo meccanico e chimico). In questo modo si può generare nuova domanda, orientare gli investimenti in raccolta, selezione e riciclo e ridurre l’incentivo a disperdere o smaltire i rifiuti in discarica.
Complementare a questa misura è la facilitazione del commercio internazionale delle frazioni riciclabili: dove gli impianti mancano, è meglio far viaggiare i materiali verso gli operatori in grado di trattarli con tracciabilità e controlli adeguati, trasformando un costo in risorsa.
L’architettura del trattato, nelle richieste dell’industria, deve combinare obblighi globali e piani d’azione nazionali. La logica è evitare una “taglia unica” che non tenga conto di capacità e priorità diverse. Meglio, quindi, definire un quadro comune su design, misurazione, tracciabilità, obiettivi e lasciare ai governi la declinazione operativa, sostenuta da strumenti finanziari adeguati.
Qui entrano in gioco EPR ben progettati, capitali privati e pubblico-privati, green bond e blended finance, con risorse indirizzate dove l’impatto marginale è maggiore: infrastrutture di raccolta e selezione, innovazione di processo e di prodotto, formazione e digitalizzazione.
Le implicazioni per la filiera sono comunque impegnative. I trasformatori e i brand owner devono prepararsi a specifiche tecniche più stringenti su qualità dei riciclati, gestione degli additivi e bilancio di massa. Allo stesso modo, i produttori di additivi e polimeri devono investire in data governance e valutazione del rischio, con la consapevolezza che la trasparenza sarà un prerequisito di mercato.
I riciclatori, d'altro canto, vedranno crescere la domanda di feedstock tracciato e costante, con la possibilità di sviluppare nuovi mercati e servizi a maggior valore aggiunto. Infine, anche i sistemi EPR dovranno evolvere: modulazione ecotassonomica, obiettivi misurabili e reinvestimento in infrastrutture saranno discriminanti tra programmi virtuosi e meri trasferimenti di costo.
La posizione degli ambientalisti è, per molti versi, antitetica: tagliare la produzione di plastica vergine - per alcuni (tra cui Greenpeace) di almeno il 75% entro il 2040 -, eliminare il monouso ove possibile, regolare le sostanze chimiche, combattere le microplastiche, spingere riuso e trasparenza, finanziare l’implementazione dell'eco-design spinto.
Posizioni ancora lontane, che renderanno molto difficile il lavoro dei negoziatori, soprattutto alla luce di una politica internazionale sempre meno interessata ai temi ambientali, occupata com'è a risolvere conflitti commerciali e reali.

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Rebranding strategico nel settore dei masterbatch, parte dello Strategic Plan 2030 del gruppo Hexpol.
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