1 dicembre 2025 08:46
La manifattura italiana si conferma un pilastro non solo per l'economia nazionale, ma anche per quella europea: è la seconda, dopo la Germania, a livello continentale e l'ottava nel mondo.
A livello di paese, genera circa il 15% del PIL, che sale a un terzo se si considera anche l’indotto, e oltre il 60% della produzione complessiva. Vale quasi il 35% degli investimenti italiani e il 50% della spesa nazionale in ricerca e sviluppo. Senza contare il ruolo nelle esportazioni: oltre il 95% dell’export nazionale, infatti, è generato dal macrosettore manifatturiero.
Si apre con questi numeri il Rapporto Industria 2025 “Manifattura in trasformazione; rimarrà ancora competitiva?” elaborato dal Centro studi di Confindustria, che dedica un capitolo dell'appendice settoriale anche al settore gomma-plastica.
Se l'importanza dell'industria è fuori discussione, resta il nodo della produttività, la cui bassa crescita è da almeno trent'anni il punto debole della nostra del nostro paese. Resta il comparto più dinamico dell'economia italiana, se paragonato ai servizi o all'agricoltura, ma esce perdente nel confronto con le altre manifatture europee.
Il rapporto di Confindustria enumera le cause, a partire dalla struttura dimensionale: troppe micro e piccole imprese e, anche tra quelle grandi, una dimensione media più contenuta rispetto ai concorrenti europei. Con una nota positiva: guardando alle imprese medio-grandi, quelle italiane sono più produttive di quelle tedesche, francesi e spagnole di pari dimensione.
Un altro fattore che mina la rincorsa alla produttività è la debole crescita del capitale fisico disponibile, con una propensione a investire in beni immateriali che, pur essendo cresciuta negli ultimi anni, resta inferiore a quella degli altri grandi paesi manifatturieri, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti in proprietà intellettuale.
Negli ultimi dieci anni, il gap di produttività non si è però ampliato e questa è già una buona notizia. La convergenza con gli altri paesi europei è stata favorita anche da un processo di selezione, che ha sfoltito il numero di micro imprese di quasi il 12%, e la concomitante crescita della dimensione delle grandi imprese. Un trend che il rapporto imputa soprattutto alle imprese più innovative.
Il documento di Confindustria suggerisce anche qualche misura volta a rafforzare in modo duraturo la dinamica della produttività: sostenere l’innovazione e l’efficienza delle imprese alla frontiera, promuovere la diffusione delle migliori pratiche gestionali e tecnologiche tra le realtà meno produttive, favorendone la crescita dimensionale, e - non di meno - agevolare una maggiore convergenza di capitale e lavoro verso imprese e settori con maggiore potenziale.
Il capitolo dedicato all'industria della gomma-plastica (codice Ateco 22) mostra un comparto che, pur non mostrando impennate, si conferma resiliente. Tra il 2015 e il 2023 l'incremento della produttività si è attestato tra lo 0% e l’1% annuo; un andamento senz'altro modesto in termini assoluti, ma comunque superiore a quello di settori strutturalmente più fragili e colpiti dal caro energia, come metallurgia e chimica, che mostrano contrazioni anche superiori al –3% annuo.
Un elemento che emerge non dai numeri ma dal racconto delle imprese è la pressione esercitata dalle normative europee legate al Green Deal. Interrogata dai ricercatori, Federazione Gomma-Plastica indica come principale ostacolo competitivo proprio la pressione regolatoria dell’Unione Europea, che favorisce i competitor internazionali, la Cina innanzitutto.
È un fattore che aiuta a spiegare perché la produttività del settore gomma-plastica cresca meno rispetto a quella di comparti più protetti o maggiormente beneficiari di investimenti pubblici. La regolamentazione, infatti, incide non solo sui costi diretti, ma anche sulla capacità delle imprese di programmare investimenti in efficienza e innovazione.
Sul fronte dell’innovazione, la gomma-plastica italiana si posiziona tra Germania e Francia, tanto nella percentuale di imprese che innovano quanto nella spesa destinata alla ricerca.
In sintesi, il comparto non sta certo sperimentando una crescita esplosiva, ma si mantiene resiliente grazie a tre fattori: capacità tecnologica, integrazione nelle filiere europee e flessibilità produttiva. Il futuro del settore dipenderà dalla capacità delle politiche europee di conciliare sostenibilità e competitività, evitando che la transizione ecologica diventi un handicap competitivo anziché un motore di innovazione.
In questo scenario, la gomma-plastica resta un osservatorio privilegiato delle tensioni che attraversano oggi la manifattura italiana: un’industria che resiste, innova, ma chiede condizioni regolatorie adeguate per poter continuare a essere un pilastro della produzione nazionale.
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