giovedì 21 giugno 2018
Ormai sparare sulla plastica è così scontato che nessuno se ne lamenta più, nemmeno i produttori o chi trasforma, distribuisce e recupera questo materiale dalle mille sfaccettature e dalle molteplici applicazioni. Rassegnati, gli operatori del settore aspettano solo che passi la buriana. Del resto, cosa si può dire di fronte al ventre aperto di un gabbiano, da cui spuntano tappi di plastica?
La cosa che trovo più strana è come il tema dell’inquinamento ambientale della plastica - che esiste, eccome, nessuno lo nega - sia diventato il problema numero uno del pianeta e ciò sia avvenuto in maniera virulenta e in un lasso molto breve di tempo, qualche anno o poco più, fino a diventare rubrica fissa sui quotidiani e in televisione.
Da un punto di vista mediatico - forse non sul fronte scientifico - i cambiamenti climatici, il buco nell’ozono o lo scioglimento dei ghiacciai con l’inevitabile sommersione di coste, città e litorali, che fino a qualche anno fa terrorizzavano milioni di cittadini, sono passati in secondo piano: semplicemente non se ne parla più o lo si fa in consessi di specialisti.
L’orso polare affamato alla deriva su un iceberg ha dovuto cedere il passo alla tartaruga impigliata nel sacchetto di plastica. Tant’è, le stesse immagini alla lunga logorano e la fame di click deve essere nutrita.
Uno spostamento di consenso così repentino può avere molte ragioni - internet e i social media c’entrano sicuramente qualcosa -, ma almeno conferma ciò che qualche addetto ai lavori sospetta da tempo: la tanto temuta lobby della plastica, dai mille tentacoli e la testa a Bruxelles, forse non esiste.
E chi oggi soffia sul fuoco sperando di portare casa quote di mercato dalle plastiche tradizionali, ricordi che gli incendi, quando infiammano le praterie, sono difficili da circoscrivere e da spegnere. Come dimostrano le misure varate dalla Commissione europea sugli articoli monouso in plastica…