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Ma è vero che l’Italia non ha bisogno di un DRS in quanto “eccellenza del riciclo”?

venerdì 17 novembre 2023

Si avvicina per la Proposta di regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio il momento del voto in plenaria dopo essere stata emendata dalla Commissione ambiente del Parlamento europeo. Si moltiplicano gli appelli agli europarlamentari che hanno come principale oggetto l’articolo 26 del Regolamento: da una parte il fronte industriale che chiede lo stralcio di due modifiche apportate dalla Commissione ENVI che consentirebbe agli Stati membri di andare oltre gli obiettivi di riutilizzo prefissati e il fronte delle ONG dall’altra che chiede di tornare alla prima bozza più ambiziosa su alcune misure.

Anche in Italia il dibattito sui media mainstream è stato catalizzato dall’opposizione agli obiettivi di riuso (art.26) e sulle restrizioni all’utilizzo di alcuni formati di confezionamento (art. 22) a discapito dell’articolo 44 che impone un DRS al 2029 per i Paesi Membri che non raggiungessero nei due anni precedenti il 90% di raccolta per bottiglie in PET e lattine. La nuova formulazione dell’articolo 44 emendato dalla Commissione ENVI – che abbassa la soglia del tasso di raccolta all’85% 44(3)(a) per potere essere esonerati dall’implementazione di un DRS –  viene vista con preoccupazione dal fronte trasversale dei sostenitori del sistema perché creerebbe una confusione che andrebbe a discapito di un’armonizzazione di tali sistemi in Europa, offrendo vie di fuga a Paesi che si oppongono al sistema, con il risultato di ritardare politiche industriali ed investimenti connessi.
Questa nuova formulazione “al ribasso” è oltretutto incompatibile con quanto previsto dalla Direttiva SUP recepita dalle normative nazionali che impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029.

Da un’analisi delle uscite stampa e dalle argomentazioni degli ultimi mesi portate nei vari convegni da stakeholder non favorevoli ad un DRS si ritrovano ancora alcune delle obiezioni chiave emerse già un anno fa. Provo qui ad entrare nel merito di tre delle quattro principali obiezioni sulla base di alcune delle evidenze emerse nello studio commissionato ad Eunomia dalla Campagna “A buon rendere” e dei dati più recenti resi disponibili da CONAI sulle performance del sistema Italiano in relazione agli obiettivi della Direttiva SUP.

1) Non abbiamo bisogno di un DRS perché siamo i campioni del riciclo degli imballaggi in plastica

Una delle principali obiezioni all’introduzione anche in Italia di un sistema di deposito cauzionale per l’intercettazione selettiva e l’avvio a riciclo dei contenitori monouso per bevande è che “siamo i campioni del riciclo degli imballaggi in plastica”. Proviamo allora ad analizzare più da vicino i dati di questo “primato”. Nel nuovo Programma generale di prevenzione e di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio – Relazione generale consuntiva 2022 di CONAI vengono forniti per la prima volta i dati “ufficiali” relativi ai tassi di riciclo effettivo dei rifiuti di imballaggio (in plastica ed altri materiali) calcolati secondo la nuova metodologia di calcolo introdotta dalla Decisione (EU) 2019/65 più restrittiva della precedente poiché sposta a valle il punto di misurazione dei quantitativi riciclati, eliminando dal conteggio alcuni scarti industriali legati al trattamento delle plastiche.

Per la filiera della plastica (plastica + bioplastica), i dati forniti nel rapporto sono i seguenti: 47,6% nel 2021 e 48,6% nel 2022. Stando ai dati CONAI, pertanto, la percentuale di riciclo effettivo degli imballaggi in plastica nel 2022 è pari al 48,6% per un totale di 1.122 Kton su un totale di immesso al consumo di 2.308 Kton (2.350 secondo il Rapporto di sostenibilità COREPLA 2022). Complessivamente, quindi, sempre stando ai dati forniti da CONAI/COREPLA, circa 1.200 Kton di imballaggi in plastica (e bioplastica) immessi al consumo in Italia non sono stati riciclati, destinati ad impianti di incenerimento, cementifici, discarica o dispersi nell’ambiente.

Da “avvio a riciclo” a “riciclo effettivo”
Nel Programma generale di prevenzione prima citato Relazione generale consuntiva 2022, CONAI fornisce anche i dati relativi al 2022 calcolati secondo la vecchia metodologia (avvio a riciclo). Per plastica + bioplastica, il tasso di avvio a riciclo indicato, al lordo delle perdite negli impianti di riciclo prima del “punto di calcolo” stabilito dalla Decisione 2019/655 (1), era pari al 55,1%. Secondo la nuova metodologia si scende di 6,5 punti percentuali che corrispondono a circa 150 mila tonnellate.
CONAI chiarisce che la nuova metodologia di calcolo per la determinazione della %le di riciclo effettivo “si basa su un approccio di computo che prevede il ricorso a rese medie degli impianti finali”. Detto in parole povere, per calcolare il quantitativo di rifiuti di imballaggio che viene effettivamente riciclato, escludendo dal calcolo i quantitativi che, pur essendo stati “avviati ad impianti di riciclo” vengono scartati durante il processo industriale di riciclo, si è fatto ricorso a dati medi relativi alle %le di scarto degli impianti.

Considerato però che la plastica non è un materiale unico ma composta da tanti polimeri diversi selezionati a valle dei CSS o avviati autonomamente a riciclo dalle imprese, le rese medie dovrebbero essere calcolate per ogni flusso omogeneo avviato a riciclo. Infatti il contratto di selezione dei rifiuti di imballaggio in plastica che Corepla, Coripet e Conip hanno in essere con gli impianti di selezione (CSS) ha come oggetto la selezione e lo stoccaggio da parte del CSS di 11 Prodotti obbligatori ed eventuali Prodotti integrativi, oltre a diverse tipologie di plasmix ( plastiche miste rigide e/o flessibili). Ognuno di questi flussi, oltre al plasmix che in parte viene avviato a riciclo, ai rifiuti avviati a riciclo autonomamente dalla imprese e alle bioplastiche compostabili, dovrebbe avere una sua resa media.

Volendo capire come si è arrivati al dato medio del 48,6 % di riciclo non si trovano però informazioni sulle procedure di calcolo, sulle modalità e assunzioni che stanno alla base della determinazione della percentuale di riciclo effettivo, così come non si trovano dati relativi ai bilanci di massa dei diversi flussi in uscita dai CSS avviati ad impianti di riciclo in Italia e all’estero (oltre al flusso degli imballaggi in bioplastica compostabile intercettati attraverso la RD dei rifiuti organici). Mancano dati analitici sulle percentuali di riciclo del plasmix e delle principali categorie di prodotti selezionati dai CSS per conto di COREPLA, per il successivo avvio a riciclo. Gli audit compiuti sul campo per verificare se le medie utilizzate per il computo della percentuale di riciclo effettivo siano realistiche parrebbero essere solamente due.

Se consideriamo che in Emilia-Romagna, regione che presenta performances di gestione dei rifiuti superiori alla media nazionale, il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica nel 2019 stimato nell’ambito della campagna “Chi li ha visti?”si attesta a meno della metà (23%) si capisce quanto sia necessario avere a disposizione numeri analitici e affidabili per potere applicare i necessari correttivi.

Inoltre, oltre ai flussi avviati a riciclo da parte di Corepla, Coripet e Conip , rientrano nel computo della percentuale di riciclo anche i rifiuti avviati autonomamente a riciclo da parte delle imprese che non conferiscono i propri imballaggi in plastica al servizio pubblico di raccolta né si avvalgono delle piattaforme COREPLA per il ritiro e il conferimento gratuito di rifiuti non domestici. Si tratta, secondo i dati forniti da COREPLA, di 325.000 tonnellate di rifiuti di imballaggi in plastica di diversa natura.

Le performances del sistema COREPLA
Secondo il Rapporto di sostenibilità COREPLA 2022, gli imballaggi avviati a riciclo direttamente da COREPLA (provenienti dalle raccolte differenziate dei Comuni e dalle piattaforme convenzionate del settore Commercio & Industria (C&I) è pari, nel 2022, a 727.481 tonnellate, circa il 38,9% del totale degli imballaggi immessi al consumo di pertinenza Corepla (1.871.218 ton), ovvero quelli che hanno pagato il CAC (il contributo ambientale CONAI) al COREPLA. Tra questi, come accennato prima, ci sono le 325.000 tonnellate (per i quali è stato versato il CAC al COREPLA) che sono stati avviati a riciclo direttamente dalle imprese.

2) Non abbiamo bisogno di un DRS perché siamo già molto avanti nella raccolta differenziata dei contenitori in PET per bevande.
Nel rapporto commissionato dalla Campagna “A buon rendere” alla società Eunomia, ai fini del confronto dello scenario attuale con quello derivante dall’introduzione di un DRS, abbiamo assunto (per lo scenario attuale riferito al 2021) una %le di intercettazione dei contenitori in PET per bevande del 73,4%. Un valore volutamente conservativo, calcolato a partire dai dati presenti nello studio CONAI/PwC2. Il dato ufficiale reso noto da CONAI nel più recente “Programma generale di prevenzione e di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio – Relazione generale consuntiva 2022” porta tale valore al 68,9% (2021), circa due punti percentuali in più rispetto alle stime del Consorzio per il 2022 (67,0%).

Si tratta di stime che tengono conto sia dei flussi intercettati attraverso le raccolte selettive, sia dei flussi intercettati attraverso le raccolte tradizionali, secondo la formula seguente:

La scelta di posizionare il punto di misurazione a monte degli impianti di selezione, e quindi di contabilizzare come intercettati per il riciclo anche le bottiglie in PET che vengono disperse nel plasmix, è particolarmente controversa. La relazione CONAI mette infatti in evidenza la diversa interpretazione del Consorzio CORIPET che sostiene una diversa lettura della metodologia di calcolo introdotta dalla Decisione di esecuzione (UE) 2021/17521, ovvero la necessità di collocare il punto di misurazione a valle dei CSS, escludendo dal calcolo del quantitativo di bottiglie in PET intercettate nella raccolta tradizionale degli imballaggi in plastica, i flussi dispersi nel plasmix durante il processo di selezione nei CSS. Su questo punto, prosegue la relazione CONAI, “proseguiranno i confronti con le Istituzioni, ISPRA in primis, al fine di dipanare ogni dubbio”.
Va detto che l’esito di tale confronto avrà forti ripercussioni sul dato finale, considerato che la scelta di posizionare il punto di misurazione a monte o a valle dei CSS per determinazione del tasso di raccolta per il riciclo delle bottiglie in PET vale almeno 12 punti percentuali. Il tasso attuale di intercettazione delle bottiglie in PET scenderebbe infatti al 55% sull’immesso al consumo, contro il 94,4% calcolato nel Rapporto Eunomia nel caso di introduzione di un DRS. Dati CONAI alla mano, infatti, nel 2021 quantitativi pesati di bottiglie in PET in uscita dai CSS rappresentavano il 61% dell’immesso al consumo, contro un 73,4% stimato in ingresso.
La differenza tra la performance di avvio a riciclo di un sistema DRS, verso un sistema di raccolta tradizionale presenta per l’Italia una forbice di circa 40 punti percentuali che si allargherebbe ancora di più se si considerasse il riciclo effettivo, vista la maggiore qualità del flusso intercettato da un DRS rispetto a quella del flusso di bottiglie selezionate dalle plastiche miste.

Inoltre il flusso di bottiglie raccolte attraverso un DRS può essere utilizzato per la produzione di materie prime seconde idonee al contatto con alimenti, ovvero per la produzione di nuovi contenitori in plastica per bevande. Un requisito che non viene garantito dall’attuale sistema di raccolta differenziata degli imballaggi in plastica che consente il conferimento di rifiuti che possono contenere sostanze pericolose e non soddisfa quindi quanto previsto dalla Decisione UE (punto i) per poter contabilizzare come raccolti separatamente i rifiuti di bottiglie monouso raccolti insieme ad altre frazioni di rifiuti urbani di imballaggio o ad altre frazioni di rifiuti urbani.
Ma non è finita qui. I requisiti posti dalla Decisione UE sono strettamente correlati con gli ulteriori obblighi in materia di “contenuto di riciclato” della Direttiva SUP (25% al 2025 e 30% al 2030) calcolato come media per tutte le bottiglie in PET immesse sul mercato nel territorio dello Stato membro in questione. Ad oggi, come rileva CONAI nel già citato “Programma generale di prevenzione e di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio – Relazione generale consuntiva 2022”, il contenuto medio di rPET nei contenitori per liquidi (CPL) in PET alimentari nel 2022 è stato pari a circa l’8%, in calo rispetto all’anno precedente. Un gap (rispetto agli obblighi di legge) che sarà difficile, se non impossibile da colmare, con rPET reperito a livello nazionale, considerato che il PET riciclato ottenuto a partire dalla raccolta differenziata tradizionale non può essere utilizzato per la fabbricazione di imballaggi a contatto con alimenti per motivi di carattere igienico sanitario. Questo espone la filiera delle bevande a forti rischi di approvvigionamento del materiale sui mercati internazionali e alla volatilità dei prezzi che caratterizza il settore, mettendo a rischio l’intero comparto.
3) Non abbiamo bisogno di un DRS perché non porterebbe benefici ambientali rilevanti rispetto al modello in uso
Tale affermazione appare completamente scollegata dalla realtà ed è affetta da tre principali bias:

  • I numeri relativi alle attuali performances di intercettazione delle bottiglie in PET per bevande (già sensibilmente inferiori a quelli ottenibili grazie all’introduzione di un DRS) non tengono conto delle perdite consistenti che si verificano negli impianti di selezione prima e, successivamente, negli impianti di riciclo.
  • Si trascurano del tutto gli impatti negativi legati al diffuso fenomeno del littering ovvero dell’abbandono dei contenitori per bevande nell’ambiente;Il littering è al tempo stesso un problema ambientale (perché disperde materiali preziosi sottraendoli al circuito economico e per i suoi impatti sulla fauna selvatica), economico (per i costi legati alle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti dispersi, ma anche e soprattutto per gli impatti negativi sul turismo) e sociale (perché determina un peggioramento della qualità dell’ambiente naturale, contribuendo al peggioramento della qualità della vita).
  • Si trascurano i benefici ambientali legati al riciclo in “closed-loop” ovvero da bottiglia a bottiglia, che consentono al materiale di rimanere molto più a lungo nella catena del valore, riducendo il consumo di materie prime e di energia. Diversamente dall’rPET derivante dalla raccolta congiunta delle bottiglie in PET per bevande con altre tipologie di rifiuti, l’rPET intercettato attraverso un DRS è idoneo al contatto con alimenti e può essere impiegato per la fabbricazione di nuove bottiglie.

Aumento del quantitativo di plastica riciclata
Secondo lo studio Eunomia, l’introduzione di un DRS migliorerebbe significativamente la raccolta ed il riciclo dei contenitori per bevande in plastica. Utilizzando i dati disponibili al momento, la percentuale di avvio a riciclo salirebbe dal 61,5% al 94,4%, con un incremento di circa il 33%. Contestualmente, il risparmio annuale di emissioni di gas serra associato supererebbe le 600.000 tonnellate di CO2eq. Come già evidenziato in precedenza, inoltre, utilizzando i nuovi dati forniti da CONAI sull’attuale tasso di intercettazione delle bottiglie in PET per bevande, al netto dei quantitativi di bottiglie disperse nel plasmix, l’aumento del tasso di avvio a riciclo in presenza di un DRS sarebbe ancora superiore, pari a circa 40 punti percentuali (dal 55% al 94,4%). Non poco per un paese che, solo di acqua minerale, consuma quasi 15 miliardi di litri di acqua confezionata all’anno (di cui oltre l’80% in PET) e che produce oltre 400 mila ton. di rifiuti di bottiglie in PET per bevande.


4) Non vogliamo un DRS perché sarebbe troppo costoso per produttori e distributori
In un Paese come l’Italia, afferma il CONAI, l’introduzione di un DRS comporterebbe la necessità di distribuire capillarmente sul territorio nazionale circa 100.000 Reverse Vending Machine, “per un investimento iniziale di circa 2,3 miliardi di euro, e un costo di gestione di circa 350 milioni di euro all’anno”.
Le analisi condotte da Eunomia a partire dai casi reali di sistemi DRS già attivi negli altri paesi e tenuto conto degli elementi che caratterizzano la specificità italiana, restituiscono numeri ben diversi: il quantitativo di RVM che sarebbe necessario installare nel nostro paese sarebbe 4 volte inferiore (25.000 unità); il costo annuo lordo dell’introduzione di un DRS in Italia ammonterebbe a 641,8 milioni di euro. I ricavi dalla vendita dei materiali raccolti per il riciclo e i depositi non riscossi compenserebbero parte di questo costo annuo lordo, fornendo rispettivamente un contributo di 232,4 milioni di euro (circa il 36% dei costi di gestione) e 328 milioni di euro (circa il 51% dei costi di gestione). I produttori pagherebbero quindi la differenza, con un costo netto stimato di 81,4 milioni di euro (circa il 13% dei costi di gestione). Parallelamente, l’importo della “Plastic tax” versata annualmente dall’Italia (e quindi da tutti i contribuenti) nella casse europee per i rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati si ridurrebbe di circa 100 milioni di euro grazie all’aumento del tasso di riciclo effettivo delle bottiglie in PET per bevande conseguente l’introduzione del DRS.

I rivenditori che ospitano i punti di raccolta del DRS sarebbero ricompensati economicamente tramite le cd. commissioni di gestione. L’installazione, l’acquisto o il noleggio delle RVM e l’eventuale manutenzione comportano infatti dei costi, ai quali si aggiungono i costi riconducibili allo spazio occupato dalla macchina e dall’area di stoccaggio dei rifiuti. Le commissioni di gestione (per contenitore restituito) per i rivenditori che acquistano e mettono a disposizione una RVM sono stimati nell’ordine di 3,50 centesimi, 2,99 centesimi e 4,23 centesimi per plastica, metallo e vetro. Per i rivenditori che gestiscono punti di restituzione manuali, la commissione di gestione è stimata, rispettivamente, intorno ai 3,31, 1,86 e 3,37 centesimi per contenitore restituito. In entrambi i casi, la commissione di gestione viene coperta dal gestore del DRS mediante i ricavi dalla vendita dei materiali, i depositi non riscattai e, in quota marginale, tramite il contributo EPR. Con un tasso di raccolta del 90%, la stima delle commissioni di gestione totali pagate a tutti i rivenditori obbligati ammonta a circa 419 milioni di euro, di cui 389,3 milioni di euro verrebbero versati ai rivenditori con RVM e 29,7 milioni di euro ai rivenditori con punti di raccolta manuali, in considerazione del quantitativo molto più elevato di contenitori intercettati dai primi rispetto ai secondi.

In conclusione, a meno che non si voglia incorrere in infrazioni europee, non rimane molto tempo. Abbiamo a disposizione casi europei di successo nell’implementazione di un DRS a cui ispirarci e come campagna a Buon Rendere abbiamo messo a disposizione i dati del nostro uno studio proprio per avviare un dialogo sul sistema che vorremmo per l’Italia. L’Italia rischia davvero di essere l’ultimo Paese Membro a cogliere i vantaggi di un DRS nella sua strenua difesa dell’esistente basata su argomentazioni poco solide che ho ripercorso solamente in parte. Intanto, nel corso dell’estate sono stati fatti passi in avanti per l’introduzione del sistema in Paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Kosovo. A fine novembre partirà il DRS in Romania e con l’inizio del 2024 in Ungheria e Irlanda.

 

1) Metodo definito all’interno della Decisione di esecuzione (UE) 2021/1752, all’art. 2, par. 6, 7 e 8). Vedi pag. 240 del “Programma generale di prevenzione e gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio 2023” pubblicato da Conai.

 

di: silvia ricci
"Gli articoli in questa sezione non sono opera della redazione ma esprimono le opinioni degli autori"
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